Sport di squadra vs sport individuali: la differenza mentale
Dopo aver parlato degli sport di squadra è giunto il momento di parlare di sport individuali ponendo l’accento sulle differenze dal punto di vista agonistico. La differenza principale riguarda soprattutto l’impatto che possono avere emotivamente e mentalmente gli sport individuali sull’atleta: devastanti talvolta in tenera età e liberatori spesso quando si è già più grandi.
Ogni bambino, soprattutto quando si tratta di attività agonistica e quindi di competizioni, sente dentro di sé – a prescindere dal divertimento che prova nel praticare una determinata disciplina – di voler essere un po’ più padrone del suo destino e quindi in grado di sopportare il peso della responsabilità, la gioia della vittoria o il dolore della sconfitta derivanti dagli sport individuali o sente, al contrario, la necessità di voler condividere insieme ai compagni di squadra gli obiettivi, la fatica, le preoccupazioni, le vittorie e le sconfitte.

Dal calcio alla ricerca di qualcosa di più
Personalmente il mio primo amore è stato il calcio, il divertimento nella pratica di questo sport mi ha accompagnato dai primi anni di vita fino ai 12 anni.
Ma era già parecchio tempo che sentivo che quella condizione mi andava stretta. In generale ero un bambino che tendeva a caricarsi tutto sulle spalle, sentivo che i miei compagni di squadra affidavano a me spesso le sorti delle partite ed io ero fiero di questo, volevo primeggiare ed essere protagonista. Inoltre, non vedevo lo stesso impegno e la stessa determinazione nei loro occhi durante gli allenamenti, io volevo divertirmi ma vincendo, a loro bastava il divertimento. Quando si perdeva la prendevo sul personale, non riuscivo a vedere una responsabilità condivisa e pensavo di aver fallito. Nessuno mi ha insegnato a vedere la sconfitta come parte del processo e non come una tragedia, errore che mi sono portato dietro anche quando sono approdato agli sport individuali dove però potevo finalmente contare solo su me stesso.
Tennis: lo sport più duro per la mente
Sotto il punto di vista mentale il tennis è lo sport più duro che abbia mai affrontato. Per un bambino, se non guidato con le giuste parole può diventare un incubo ma la soddisfazione provata per la vittoria di un torneo era ineguagliabile. Nel tennis più che negli altri sport si è soli, come racconta André Agassi in “Open”: nel tennis hai un avversario che guardi da lontano, con cui non puoi parlare, non puoi toccarlo, non puoi avere suggerimento o contatti con chi è fuori e ti allena ogni giorno. Sei solo.

È formativo ma bisogna avere di base un po’ la pelle dura e una mente abbastanza forte da sopportare il tutto. Dopo aver raggiunto un buon livello, nonostante abbia iniziato abbastanza tardi, ovvero 10 anni, a praticare questo sport, mi sono reso conto che per me era troppo repressivo: lo sport individuale era la mia dimensione ma avevo bisogno di lasciar uscire tutta la mia emotività quasi senza controllarmi.
Kickboxing: energia, contatto, team
Così dopo esser stato tra i top della regione a livello under ma mai a livello nazionale, a 18 anni ho scelto di indossare i guantoni ed entrare in una palestra per praticare la Kickboxing. Al primo allenamento chiarii al Maestro che il mio obiettivo erano le competizioni, volevo combattere e vincere.

Cosa insegnano gli sport individuali
Negli sport da combattimento come la kickboxing – pur essendo uno sport individuale – i vari team tendono a comportarsi davvero come delle squadre: si lavora insieme, si migliora insieme. Inizialmente non mandavo troppo giù il fatto di dover ascoltare i consigli di un mio compagno di team: venivo dal tennis dove i miei compagni di allenamento erano amici ma solo fuori dal campo; per il resto del tempo erano tutti rivali e non ci si dava una mano. Anche in relazione all’età si voleva primeggiare e riconoscersi, oltre ad essere riconosciuti, come i più forti del circolo. Nella Kickboxing ho dovuto fare i conti con un approccio diverso che però mi ha consentito di migliorare velocemente e ridurre il gap con gli avversari che ho trovato sul tatami prima e sul ring poi.
Le maggiori soddisfazioni le ho ottenute in questo sport raggiungendo per due anni la nazionale italiana e partecipando ai mondiali di Albufeira nel 2023 e agli europei di Atene nel 2024. Il ring mi permette tutt’oggi di tirare fuori tutta l’energia senza reprimere nulla, mi permette di essere a contatto con l’avversario, sentire i suoi colpi, il suo respiro, la sua fatica. E’ uno sport decisamente meno solitario e, secondo me, meno duro sotto il punto di vista mentale anche se le fasi antecedenti alla competizione relative agli allenamenti e alla alimentazione prevedono uno sforzo fisico e mentale decisamente fuori dalla norma.
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